Ambrosoli, la solitudine dell’uomo che sfidò la mafia

Quarant’anni fa veniva ucciso l’avvocato nominato commissario liquidatore della Banca Privata Italiana che svelò il complicato intreccio tra le attività finanziarie del banchiere siciliano Michele Sindona con politica e mafia. Il ricordo voluto dall’avvocato Attanasi

Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese nato nel 1933 nato da una famiglia borghese di forte impronta cattolica e conservatrice, fu nominato nel 1974 dall’allora governatore della Banca d’Italia Guido Carli commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, guidata sull’orlo del crack finanziario dal banchiere siciliano Michele Sindona, al fine di esaminarne la situazione economica prodotta dall’intricato intreccio tra la politica, alta finanza, massoneria e criminalità organizzata siciliana.
In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò a esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, principiando dalla controllante società “Fasco”, l’interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo.


Nel corso dell’analisi svolta dall’avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili, oltre alle rivelazioni dei tradimenti e delle connivenze di ufficiali pubblici con il mondo opaco della finanza di Sindona.
Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò a essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d’Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell’istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile.
Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi. Nonostante le minacce di morte, ad Ambrosoli non fu accordata alcuna protezione da parte dello Stato.
La sera dell’11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, Ambrosoli fu avvicinato sotto il portone della sua casa, in via Morozzo della Rocca 1, da uno sconosciuto. Questi si scusò e gli esplose contro quattro colpi 357 Magnum. A ucciderlo fu il malavitoso statunitense William Joseph Aricò, la pistola l’aveva comprata da Henry Hill (il pentito sulla cui vita reale si basa il film di Martin Scorsese del 1990, Quei bravi ragazzi) che era stato dal 1974 al 1977 suo compagno di cella nel penitenziario di Lewisburg insieme a Robert Venetucci.

(La scena dell’omicidio)

Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di Paolo Baffi (Banca d’Italia).
Giorgio Ambrosoli non ebbe grandi riconoscimenti, nonostante il sacrificio estremo con cui aveva pagato la sua onestà e il suo zelo professionale. Ci piace però segnalare il ricordo fatto da un altro avvocato, Domenico Attanasi, presidente del consiglio del comune pugliese di Francavilla Fontana, che da consigliere comunale di opposizione ha proposto e ottenuto l’intitolazione di una via della zona industriale ad Ambrosoli, un libero professionista morto di lavoro. “Oggi che la sua figura è tornata al centro delle attenzioni dei media e della carta stampata – commenta Attanasi – mi sento particolarmente orgoglioso di questo risultato ottenuto anche grazie alla collaborazione delle forze politiche di maggioranza di allora”.

(L’avvocato Domenico Attanasi)

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