“Cercasi avvocato donna e nubile” | Se l’annuncio un poco sessista diventa spunto di riflessione

È stato definito sessista l’annuncio esposto in Corte di Cassazione a Roma di uno studio legale “penalista affermato” in cui si richiedeva “praticante di sesso femminile con abilitazione come avvocato presa in Italia, laurea in Italia e nubile”. La richiesta riguardava solo fanciulle su Roma e automunite. Com’è giusto che sia l’annuncio ha scatenato polemiche, essendo – come dire – forse un po’ crudo nelle richieste, soprattutto in un tempo in cui le buone prassi vogliono l’adozione del blind recruitment per permettere al selezionatore di non essere influenzato da pregiudizi più o meno consapevoli. Infatti, in un mondo sicuramente migliore, a pesare sulla scelta del candidato dovrebbero essere soltanto le sue competenze e le soft skills, senza che possano essere discriminanti elementi come genere, nazionalità, età, religione, orientamento sessuale ecc.

A parte lo stile decisamente brusco dello studio romano in questione, la verità è che l’annuncio rispecchia perfettamente lo stato delle cose. Ma cominciamo dal principio.


È richiesta una “praticante di sesso femminile”
: si sa, lo stereotipo vuole le donne più devote, meno ambiziose e più portate verso un lavoro sicuro con uno stipendio non altissimo ma fisso, al contrario invece degli uomini che – sempre secondo lo stereotipo – dopo un po’ sentono l’esigenza di affrancarsi dal dominus per avere studio e clientela propri. È il cliché, bellezza. I promotori dell’annuncio si sono limitati ad andare dritti al punto: la vogliono donna, innanzi tutto perché minore è il rischio che finito il periodo di praticantato il candidato se ne vada – magari portandosi dietro pure qualche cliente.

La vogliono laureata e abilitata in Italia: si sa che i cittadini extracomunitari possono iscriversi all’albo nel caso abbiano conseguito il diploma di laurea in giurisprudenza presso un’università italiana e aver superato l’esame di Stato; se, invece, il titolo di avvocato è stato conseguito in uno Stato UE, la domanda viene valutata caso per caso. In quello studio legale, evidentemente, non hanno bisogno né del valore aggiunto di qualcuno che parli un’altra lingua madre rispetto all’italiano né vogliono rogne relative al riconoscimento del titolo su suolo italico, figuriamoci poi con i permessi di soggiorno.

La vogliono nubile: e qui le cose si complicano. Mettiamoci nei panni del datore di lavoro, forse il problema non è tutto e solo nella richiesta politicamente scorretta. La ragazza nubile ha più facilità a dedicarsi completamente alla carriera, presenta meno problemi a tirare tardi in studio se non c’è il marito o la famiglia che aspettano a casa, insomma ha più possibilità  – sempre secondo il cliché – di rivolgere completamente le proprie energie al lavoro. Allora quindi bisognerebbe avere l’onestà di ammettere che qualcosa non va anche nelle misure a sostegno della maternità delle libere professioniste. Poniamo il caso che una giovane donna venga regolarmente assunta presso uno studio e che dopo un ragionevole periodo di inserimento e dopo aver acquisito pienamente il proprio ruolo, decida di intraprendere una gravidanza. Ebbene, se si tratta di un piccolo studio dove il carico di lavoro non può essere facilmente ridistribuito in attesa del rientro, la situazione diventa molto difficoltosa per il dominus, che si ritrova a dover trovare un sostituto, affiancarlo alla futura madre, provvedere a un giusto riconoscimento economico, affrontare i disagi – perché i disagi ci sono, eccome – di un periodo di transizione che si concluderà quando – più o meno – il bambino potrà andare all’asilo nido. Senza considerare le difficoltà che aspettano la mamma per conciliare lavoro e famiglia, ma questa è un’altra storia. La verità è che sì, anche il dominus ha un cuore ma se tutto questo si può evitare, perché no? Ecco quindi che i problemi sorgono più a monte e che le richieste dell’annuncio trovano – al netto delle ipocrisie – un fondo di ragionevolezza.

È su questi piccoli casi che la politica forense dovrebbe interrogarsi e agire: fino a qualche decennio fa la professione era prevalentemente maschile ma a breve si avrà il sorpasso e allora non si potrà più continuare a richiedere avvocate nubili. Ben venga quindi se un annuncio così costituisce spunto di riflessione e proposta.

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