La guerra dei meme

Prima i giornali, poi la radio, poi ancora la televisione e oggi internet: ogni epoca è stata segnata certamente dall’influenza di uno o dell’altro strumento di comunicazione di massa nel dibattito politico che investe le questioni della vita reale dei cittadini. Tutti strumenti, questi, che hanno un duplice scopo: talvolta informare, talaltra – e in questo caso pericolosamente – formare l’opinione pubblica su un certo tema di interesse nazionale.

Ma se i giornali prima, e la radio a seguire, già a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo hanno dato un consistente impulso allo sviluppo della democrazia moderna, più timidamente la televisione e ancora più marcatamente internet, sin dalla loro nascita, hanno svolto e svolgono ad oggi un ruolo delicatissimo nel campo dell’informazione che richiede riflessioni più accurate.

Più in particolare, negli ultimi anni, unitamente all’imperversare dei social network che investono sempre più in maniera totalizzante la vita dei cittadini, abbiamo assistito all’ingresso nel linguaggio e nella letteratura informatica di parole inglesi come “meme, troll, fake news, blog” e così via. Tutti termini divenuti assai frequenti, e che per questo appaiono apparentemente innocui nel pour parler quotidiano, che in realtà nascondono logiche assai perverse volte a catturare (e perché no?! a distogliere) un’opinione pubblica spesso distratta e presa dai ritmi frenetici del vivere comune, tanto da avere sempre poco tempo per informarsi a 360 gradi ed andare, per contro, sempre più alla ricerca di un’informazione rapida, veloce, di facile scorrimento.

E non è un caso se si leggono sempre meno giornali, che propongono un’informazione più “pensata” e riflessiva, e ci si abbevera invece da fonti massmediatiche dalla provenienza tutta da definire.

Capita però, in questo caso, che ci si imbatte in una costellazione di meccanismi il cui scopo non è soddisfare il bisogno di informazione dei cittadini, peraltro vitale per una democrazia moderna, ma è esattamente l’opposto: disinformare. Con i nuovi media, la disinformazione diviene allora un’arma di lotta politica che tende a dare vantaggio a qualcuno mediante la creazione di verità distorte, volte dunque a indurre l’ignaro bersaglio a pensarla in un determinato modo.

Tutto accade principalmente nel teatro dei social network, ossia quei “diari” personali dove ci si può collegare agli amici e condividere (in gergo linkare) post di notizie, immagini, foto, stati personali, video e musica, oppure nei blog, quelle piazze virtuali dove si può dibattere liberamente o quasi su un argomento sotto il controllo di un moderatore. È qui che si insinuano meme, troll e fake news da far girare a più non posso tra la gente collegata (ma sarebbe più opportuno dire imbrigliata) in rete.

I meme sono immagini a prima vista divertenti, simpatiche, generalmente accompagnate da fumetti o didascalie di ogni tipo, che invece nascondono messaggi occulti, razzisti, populisti, sessisti o ancora satira pungente che talvolta scatena aspri dibattitti tra le varie parti. Insomma, delle vere guerre combattute al comodo e dietro le trincee delle tastiere.

Le fake news sono invece notizie giornalistiche inventate o distorte, volte a catturare l’attenzione dei lettori con titoli esagerati e immagini sensazionalistiche: in verità il loro contenuto è palesemente falso e fazioso.

Ma il pericolo più duro nella oscura savana di blog e social sono i cosiddetti troll, i “fabbricatori di odio”, quelli che certamente Dante collocherebbe nel girone dei più cattivi dell’Inferno. I troll sono soggetti – spesso profili facebook falsi o gestiti da società che li crea ad hoc – che interagiscono con altri utenti e commentano su blog o sui social, sotto meme e fake news, al fine di agitare, provocare, fomentare gli animi e infiammare il dibattito politico o persino deviarlo. Questi spesso si servono platealmente di violenza verbale, insulti, messaggi senza senso e luoghi comuni: anche in questo caso lo scopo è influenzare gli spettatori, spingerli a prendere le proprie posizioni e denigrare le vittime designate.

Questi gli strumenti della disinformazione: non appena accade un fatto di rilevanza politica, ecco allora che compaiono come funghi questi inquinatori seriali della democrazia pronti a diffondere il virus dell’odio e a manipolare le menti più permeabili (terreno fertile sono di solito utenti dotati di un basso livello di scolarizzazione e vittime della crisi sociale sempre pronti a trovare un capro espiatorio con cui prendersela).

A livello europeo, ad esempio, si è riscontrato che l’Italia è un vero e proprio “laboratorio” di disinformazione. La ricerca condotta dalla commissione Libertà civili, così come altri studi o inchieste giornalistiche approfondite (vedi BuzzFeed News), hanno rivelato che sono talvolta gli stessi partiti ad usare queste tecniche per veicolare il pensiero e crescere elettoralmente. Un partito di governo, che esprime cariche istituzionali importanti nel Paese, riunisce ad esempio sotto la propria egida uno dei blog più influenti del dibattito politico, canali youtube, diversi gruppi facebook e fan club collegati ai propri parlamentari, che contano peraltro milioni di follower (numeri dovuti appunto ai finti troll), oltre che una piattaforma di e-voting ed un esteso network di notiziari online, apparentemente neutri ma in realtà fonti di fake persino su tematiche delicate come salute e vaccini.

Senza dubbio internet ha aperto il mondo a milioni di opportunità e vantaggi: uno di quelli è ad esempio la possibilità di fruire di un’informazione rapida e in tempo reale. Ma resta un giardino dell’Eden irto di ostacoli. D’altro lato la stessa democrazia presuppone cittadini critici, informati e, anche per questo, attenti alle fonti da cui traggono informazioni. Risultato sarebbe altrimenti la produzione di una classe dirigente di basso profilo, politico oltre che culturale, specchio di come essa stessa sarebbe.

Occorre allora sapersi difendere e districare nel mondo virale e virtuale. Come? Verificando la provenienza e l’attendibilità delle fonti, confrontandosi con più di queste ed usando un atteggiamento scettico verso chi le scrive e chi le diffonde. E allora la trappola è presto sventata.

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