Si è riunito in questi giorni il Comitato organizzatore del Congresso Forense, fissando per il 30 giugno l’elezione dei delegati e annunciando il titolo della sessione: “Parlare Legale – Parlare Artificiale”.
Come anticipato da più osservatori, non ci sarà spazio per la discussione sulla riforma dell’ordinamento professionale forense. Una scelta che si inserisce in un solco tracciato dal Congresso di Roma del 2023, che aveva delegato al CNF il compito di costituire un tavolo tecnico per elaborare una proposta di riforma. Una delega ampia, senza controllo da parte dei delegati e senza coinvolgimento diretto dei COA, che ha prodotto un testo la cui elaborazione e gestione stanno oggi suscitando alcune profonde critiche.
La bozza della riforma, infatti, verrà portata direttamente in Parlamento (per iniziativa di deputati/senatori o dello stesso governo), con l’OCF più spettatore interessato che vero attore protagonista del “processo riformatore”. Il prossimo Congresso di Torino, in programma per ottobre, sarà quindi escluso dal dibattito su un testo che dovrebbe rappresentare la nuova cornice normativa della professione. Una riforma “aristocratica”, secondo alcuni, modellata per tutelare i poteri forti e le fasce più alte dell’Avvocatura, lasciando indietro chi fatica ogni giorno tra i corridoi dei tribunali.
Proprio in queste ore, il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bergamo ha espresso formalmente la propria contrarietà al metodo seguito per procedere alla riforma della legge forense. In una lettera indirizzata al Presidente del CNF, l’avv. Francesco Greco, ha denunciato la mancata trasparenza, l’accelerazione improvvisa del processo e l’inaccettabile esclusione del Congresso da un confronto che avrebbe dovuto essere aperto e inclusivo. Il COA di Bergamo -si legge- non parteciperà all’Agorà convocata il 20 aprile, dichiarando di attendere tempi congrui, testi ufficiali e una reale condivisione attraverso strumenti collaborativi adeguati.
Ancora più dura la posizione dell’Unione Distrettuale dei Consigli degli Ordini Forensi della Toscana (UDOFT), che ha parlato apertamente di “inadeguatezza metodologica” e di una “farsa”. L’Unione ha denunciato il fatto che il testo della bozza sia stato inviato meno di 48 ore prima dell’incontro del 19 marzo, impedendo qualsiasi reale possibilità di esame, confronto e condivisione istituzionale. Viene definito “inaccettabile” discutere una riforma di questa portata con tempistiche così ristrette.
Nel merito, UDOFT sottolinea diverse criticità: la mancata separazione tra le funzioni amministrative e giurisdizionali del CNF, nonostante le richieste pressanti di una riforma strutturale in tal senso; una disciplina delle incompatibilità che resta inadeguata rispetto alle trasformazioni della professione e alle esigenze di flessibilità degli avvocati; modifiche delle regole elettorali che rischiano di aumentare il contenzioso invece di semplificarlo, come nel caso della soppressione della commissione elettorale; l’ambigua gestione del limite dei mandati, affrontata senza il necessario dibattito in una sede adeguata.
Le critiche convergono su un punto fondamentale: una riforma di tale portata non può essere imposta, ma deve essere discussa e approvata dal prossimo Congresso Nazionale Forense, l’unico organo che possa dare voce all’intera Avvocatura. Un testo calato dall’alto, magari approvato in silenzio e in fretta, rischia di diventare una riforma -come si diceva un tempo- ottriata, cioè concessa e non condivisa.
A questo si aggiungono preoccupazioni più ampie: l’assenza di attenzione alla parità di genere, la selettività nell’accesso ai sottogruppi del tavolo tecnico, e il clima di riservatezza che ha accompagnato ogni fase della stesura del testo. I partecipanti –si apprende– avevano accesso solo a una porzione limitata dei lavori, senza poter avere una visione d’insieme. Una strategia deliberata, secondo alcuni, per evitare un confronto vero.
Mentre si attende che in Parlamento (ormai a metà legislatura peraltro) arrivi una riforma che avrebbe dovuto nascere nel Congresso, gli avvocati restano spettatori di un processo che li riguarda in prima persona. E il Congresso di Torino rischia di diventare, ancora una volta, un elegante contenitore in cui parlare ancora una volta di intelligenza artificiale e poco altro.