Il milione di firme per il referendum sull’eutanasia legale illumina a giorno la buia crisi della democrazia rappresentativa

Diciotto voti di fiducia, in media uno ogni dodici giorni, da quando Mario Draghi si è insediato a Palazzo Chigi, nel febbraio 2021. Voto di fiducia significa approvazione di una proposta di legge senza dibattito parlamentare, senza discussione, senza possibilità di emendare il testo proposto.
Il voto di fiducia è stato chiesto dal Governo Draghi su testi normativi incidenti su diritti costituzionali, sul diritto alla salute e sul diritto a non essere sottoposti a trattamenti sanitari se non obbligatori (decreto green pass), sul diritto all’accertamento davanti a un giudice terzo e imparziale delle proprie ragioni rispetto alle ragioni prospettate da altri consociati (riforma del processo civile) oppure di un’ipotesi accusatoria da parte dello Stato della violazione penalmente rilevante di una regola di convivenza (riforma del processo penale).
Il Governo Draghi può contare su una delle più larghe maggioranze parlamentari della storia della Repubblica. Eppure non ha disdegnato il ricorso allo strumento del voto di fiducia. Uno strumento che mortifica la sovranità appartenente al popolo, che trova previsione e tutela nell’articolo 1 della Costituzione.
Il voto di fiducia parlamentare è effetto oppure (con)causa della crisi della democrazia rappresentativa? Eppure secondo alcuni, se non molti, la ragione di questa crisi andrebbe individuata nel milione di firme raccolto per il referendum sull’eutanasia legale. Perché secondo questi alcuni (o questi molti) è il Parlamento il luogo della discussione e dell’approvazione di leggi che tutelano i diritti dei cittadini.
Chi è responsabile dell’affievolimento del potere legislativo costituzionalmente esercitato dal Parlamento? I cittadini che firmano la proposta di referendum parzialmente abrogativo dell’art. 579 del codice penale -che disciplina l’omicidio del consenziente- per il riconoscimento normativo del diritto all’autodeterminazione fino alla fine della vita, per la legalizzazione dell’eutanasia, oppure i parlamentari, eletti da quegli stessi cittadini, che da otto anni non calendarizzano la discussione della legge di iniziativa popolare sulla liceità dell’eutanasia presentata nel 2013? Nel 1600 il poeta veneziano Jacopo Badoer scriveva nel suo “Il ritorno d’Ulisse in patria” che “un bel tacere mai scritto fu”.

Correva l’anno 1984 quando il parlamentare socialista e radicale Loris Fortuna depositava la prima proposta di legge sul fine vita.

Nella relazione al testo normativo veniva evidenziato come «il rapporto dell’essere umano con l’idea della propria estinzione fisica riguardi la sfera individuale, come tale inaccessibile a qualsiasi ordinamento giuridico», benché l’insieme delle norme regolatrici la civile convivenza «non è indifferente (o quanto meno non può esserlo) al concetto di morte quale fatto liberatorio da una esistenza che si ritenga troppo dolorosa per poterla naturalmente concludere o far concludere o doverla artificialmente prolungare».
Ventidue anni dopo l’iniziativa legislativa di Loris Fortuna, Piergiorgio Welby, co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, scriveva una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano implorandogli l’impegno al rispetto della volontà di ogni paziente di decidere se accettare – o rifiutare – le cure sanitarie. Nel suo appello, il co-presidente della Luca Coscioni chiedeva che «ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi», di accedere all’eutanasia: «Io amo la vita, Presidente», scriveva Piergiorgio Welby, «Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso», «morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita», «è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche».

Nell’assordante silenzio del Parlamento, il milione di firme raccolto a sostegno della proposta referendaria sulla legalizzazione dell’eutanasia nell’estate 2021 deve essere letto come un monito ai mille deputati e senatori che pervicacemente si rifiutano di colmare il vuoto normativo che la Corte Costituzionale, in più occasioni, da ultimo con l’ordinanza n. 207/2018 e con la sentenza n. 242/2019 nell’ambito del processo a Marco Cappato, imputato di aiuto al suicidio ai sensi dell’art. 580 codice penale per la morte di Fabiano “Dj Fabo” Antoniani, ha evidenziato al legislatore invitandolo a svolgere il proprio ruolo nel rispetto delle prerogative costituzionali. Quell’invito è rimasto inascoltato. Dopo alcuni mesi dall’inizio, ad aprile 2021, della campagna referendaria per l’eutanasia legale, le Commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera hanno approvato, a luglio, il testo base della proposta di legge sul “Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia”.

Un primo passo. A cui devono seguirne altri. In rapida successione tra loro. In una corsa contro il tempo.

Passi che dovrebbero percorrere i deputati e i senatori dando voce a chi, per giorni, settimane, mesi di questo 2021 ha allestito gazebo nelle piazze, lungo le vie, sulle spiagge, a chi ha incontrato ai tavoli decine, centinaia di persone, a chi ha ascoltato, spiegato, discusso, convinto, chiedendo una firma per il riconoscimento di un diritto, per l’affermazione di una libertà. Dando voce a chi ha ascoltato una giovane donna, che nella mano stringeva quella del figlio adolescente, sostenere che l’eutanasia sì è un atto giusto ma che lei avrebbe preferito che il giovane marito morto per cancro dopo lunga sofferenza fosse rimasto accanto a lei, nonostante tutto. Dando voce a chi ha visto una coppia di giovanissimi, a cui aveva messo in mano un volantino sull’essere liberi fino alla fine, superare distrattamente il tavolo di raccolta delle firme per poi ritornare, dopo qualche minuto, sui propri passi e riconoscere di essersi convinti riflettendo sulle parole ascoltate, domandando “dove si firma?”. Dando voce a chi si sente dire grazie per una battaglia di libertà, di civiltà, di cultura. Dando voce a chi è stato protagonista di una straordinaria esperienza di democrazia partecipativa, perché a trarne giovamento sia la democrazia rappresentativa. Dando voce a chi si sente non migliore per avere convinto una persona disillusa dalla crisi dei partiti, quindi della crisi della “politica”, a firmare per il referendum sull’eutanasia legale ma emozionato per avere contributo a rendere migliore questo Paese.
Secondo “questi alcuni (o questi molti)” a seguito dell’introduzione, dal 12 agosto 2021, nel decreto legge 77/2021 “semplificazioni” per effetto di un emendamento approvato all’unanimità dalle Commissioni Affari costituzionali e Ambiente della Camera dei Deputati -il Governo contrario, l’Italia essendo il primo Stato al mondo in cui è possibile sottoscrivere online referendum nazionali e leggi di iniziativa popolare- della possibilità di sottoscrivere digitalmente le proposte referendarie l’attuale soglia di cinquecentomila firme dovrebbe essere innalzata (raddoppiata?).
Secondo “questi alcuni (o questi molti)” la firma digitale avrebbe eccessivamente semplificato le modalità di esercizio, da parte dei cittadini, della democrazia partecipativa. Anche se venisse approvato l’aumento del numero delle firme necessarie alla presentazione di un quesito referendario o di una proposta di legge di iniziativa popolare sarà sempre possibile incontrare nelle piazze, nelle vie, nelle spiagge d’Italia dieci, cento, mille, diecimila volontari e autenticatori pronti ad ascoltare, discutere, convincere un milione di concittadini che una firma per ottenere il riconoscimento e la tutela di un diritto ci rende liberi. Fino alla fine.

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