ROMA — È una partita a scacchi ad altissima tensione quella che si sta consumando tra via Arenula e Palazzo Chigi sul caso Almasri. Una vicenda che rischia di travolgere il ministro della Giustizia Carlo Nordio e la sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, e che già da giorni procura più di qualche pensiero alla premier Giorgia Meloni.
A far deflagrare il caso è stata la diffusione di alcune indiscrezioni — mai smentite — sulle mail inviate dalla stessa Bartolozzi al Dipartimento Affari Giustizia nelle ore decisive successive all’arresto di Najeem Osama Almasri, generale libico accusato di crimini contro l’umanità. Mail nelle quali la “zarina” (soprannome di cui Bartolozzi sa e -pare- si compiaccia) di via Arenula avrebbe chiesto di evitare i canali ufficiali, suggerendo di comunicare via Signal, l’app criptata, anziché attraverso il protocollo ministeriale.
Ma non è tutto. Una seconda comunicazione, risalente a febbraio, quando il Tribunale dei ministri chiese formalmente le carte sul caso, potrebbe mettere ancor più in difficoltà il Guardasigilli. In quella occasione Bartolozzi avrebbe chiesto al capo DAG, Luigi Birritteri, copia della documentazione già inviata ai magistrati inquirenti, sostenendo che si trattava di una richiesta del ministro stesso. Una mossa che lasciò perplesso il dirigente, tanto da non rispondere alla mail.
Dietro le quinte si consuma dunque uno scontro politico-istituzionale dagli esiti imprevedibili. A infiammare il clima ci ha pensato Matteo Renzi, che da settimane cavalca il caso Almasri per colpire il governo. Prima con battute pungenti nei podcast e alle feste politiche, poi con interrogazioni parlamentari e dichiarazioni pubbliche. Renzi è stato il primo a indicare Bartolozzi come la vera regista della gestione opaca del dossier. Una polemica che ha trovato eco anche nell’opposizione, con Giuseppe Conte e Elly Schlein a chiedere le dimissioni di Nordio e l’intervento della premier in Aula.
Il nodo politico ora è doppio. Da una parte capire se Bartolozzi abbia agito autonomamente o su indicazione diretta di Nordio. Dall’altra, stabilire quanto fosse coinvolto Palazzo Chigi nella gestione della vicenda. Perché se è vero che, come filtra dal ministero, il dossier Almasri è sempre stato gestito con una regia politica esterna, il rischio per il governo è che emerga una catena di comando che arriva ai piani alti.
Meloni, raccontano fonti riservate, è furiosa. Non solo per la gestione del caso, ma anche per il fatto che a scoperchiare il vaso di Pandora sia stato Renzi, accusato dal centrodestra di avere ancora “talpe” nel ministero. Proprio per questo ieri la premier ha convocato la senatrice leghista Giulia Bongiorno, avvocato di fiducia di molti membri del governo, per valutare una denuncia contro ignoti per la divulgazione di atti coperti da segreto istruttorio.
Il vero nodo, però, resta Nordio. Il ministro aveva riferito in Parlamento il 5 febbraio scorso che la notizia ufficiale dell’arresto di Almasri era arrivata al ministero solo il 20 gennaio, mentre i fatti ora sembrano smentirlo: la comunicazione completa dell’arresto e del provvedimento della Corte Penale Internazionale sarebbe giunta il 19, con tanto di traduzione, e già nel primo pomeriggio Bartolozzi sarebbe stata pienamente informata, suggerendo a Birritteri di non utilizzare i canali ufficiali.
Una contraddizione che rischia di costare cara al Guardasigilli. Nella migliore delle ipotesi lo dipinge come ministro inconsapevole, scavalcato dalla sua capo di gabinetto. Nella peggiore, come complice di una gestione opaca che ha cercato di guadagnare tempo e manipolare i passaggi istituzionali.
Il destino di Bartolozzi è appeso a un filo (?). In ambienti di governo si fa sempre più insistente l’ipotesi che Meloni chieda a Nordio di “sacrificarla” per provare a disinnescare la mina politica. Ma il passo non sarà semplice: Bartolozzi non solo ha costruito un potere reale a via Arenula, ma da tempo è accreditata per una candidatura nelle liste di Fratelli d’Italia alle prossime politiche e ha stretto un asse solido con il sottosegretario Delmastro Delle Vedove, fedelissimo meloniano.
E sullo sfondo c’è anche il futuro della legge professionale forense. Bartolozzi, infatti, è la “garante” del progetto di riforma in discussione in Parlamento, spinta dalla sua rete nell’Avvocatura e dalla vicinanza al presidente del CNF Francesco Greco. Un’iniziativa che potrebbe naufragare se la “zarina” dovesse essere rimossa. Lo sanno bene molti avvocati e magistrati, che in questi giorni, più o meno sottovoce, non nascondono di non essere mai stati teneri con la gestione accentrata della capo di gabinetto. La sua uscita di scena potrebbe cambiare più di un equilibrio anche su quel fronte.



