Del Noce (UNCC), separazione delle carriere e oltre: è tempo di un nuovo protagonismo dell’avvocatura

L’approvazione in seconda lettura al Senato della riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente segna un passaggio cruciale nel percorso di revisione dell’assetto della giustizia. Ma è solo uno dei temi che oggi interpellano l’avvocatura e la chiamano a una nuova assunzione di responsabilità nel dibattito pubblico. Dal ruolo dell’avvocato nella società contemporanea alla riforma dell’ordinamento forense, dalle garanzie nel processo civile alle prospettive di giustizia complementare, l’agenda è fitta e richiede una visione lucida e strategica. Ne parliamo con Alberto Del Noce, presidente dell’Unione Nazionale delle Camere Civili, in vista anche dei prossimi appuntamenti congressuali, che segneranno un momento di confronto decisivo per l’avvocatura, civile e non.

LA LEGGE PROFESSIONALE FORENSE

Presidente Del Noce, a che punto è davvero la nuova legge professionale forense? Ritiene possibile che venga accantonata in favore di una generica “legge quadro” sulle professioni ordinistiche?

La nuova legge professionale forense è oggi un testo frutto di un lavoro lungo e che ha coinvolto molti soggetti istituzionali dell’ordinamento forense. Elaborata su mandato del Congresso Nazionale Forense e trasmessa al Ministero della Giustizia, essa è già stata oggetto di una prima rielaborazione da parte dell’Ufficio legislativo, con l’intento — dichiarato pubblicamente dal Ministro Nordio — di recepirla nella forma di un disegno di legge delega. Siamo dunque ben oltre la fase di studio o proposta: si tratta di un testo pronto per essere incardinato in Parlamento, mancando ormai solo la cosiddetta “bollinatura” del MEF.

Ciò non toglie che, come ogni opera complessa e frutto di un ampio confronto, anche questo testo presenti alcuni profili che richiederanno ulteriori chiarimenti o integrazioni in sede parlamentare. Solo a titolo esemplificativo, l’UNCC ha sempre manifestato con chiarezza la propria ferma contrarietà all’ingresso di soci di capitali esercenti attività commerciali o imprenditoriali nelle società tra Avvocati. Non solo, ma le Associazioni Specialistiche non sono state coinvolte ai tavoli di lavoro, con la conseguenza che talune disposizioni della riforma, pur leggermente modificate in seguito ad un incontro con il Presidente Greco, risultano oggi bisognose di una più puntuale definizione normativa. Nelle previsioni relative alle modalità di esercizio della professione, si rileva poi l’assenza di qualsiasi riferimento alle nuove tecnologie e, in particolare, all’intelligenza artificiale.

Ma questo non ne sminuisce il valore sistemico né il significato politico-istituzionale: è il primo tentativo organico, dopo oltre un decennio, di adeguare la disciplina della professione forense alla trasformazione della giurisdizione e della società. Per questo riteniamo che il progetto di riforma sia un punto di partenza necessario.

L’ipotesi che tale progetto possa essere accantonato o dissolto in una generica “legge quadro” sulle professioni ordinistiche appare incomprensibile: una legge omnibus che metta insieme categorie professionali profondamente diverse per funzione, rilevanza costituzionale ed impatto sul sistema democratico, rischia di svilire il ruolo essenziale dell’Avvocatura. È evidente che l’Avvocato non è solo un libero professionista, ma è un presidio di legalità, un soggetto che garantisce l’effettività dei diritti, l’accesso alla giustizia, la tutela della persona. Come tale, merita un riconoscimento normativo autonomo e adeguato alla sua riconosciuta funzione costituzionale.

Accorpare in un unico contenitore eterogeneo professioni così diverse – alcune delle quali, peraltro, non hanno neppure elaborato una proposta di riforma – genererebbe confusione, ingovernabilità legislativa ed un’evidente sperequazione. In un momento in cui si discute di riforme di sistema, come la separazione delle carriere in magistratura e l’inserimento dell’Avvocato in Costituzione, accantonare proprio la legge forense equivarrebbe a sconfessare la centralità dell’Avvocatura nel sistema democratico.

Confido pertanto che il Governo voglia mantenere fede agli impegni presi, restituendo coerenza al percorso avviato e riconoscendo, anche sul piano normativo, la specificità e l’irrinunciabile funzione dell’Avvocatura italiana.

A conferma dell’impegno costante e del dialogo aperto con le istituzioni, segnalo che il prossimo 18 settembre abbiamo promosso un incontro a Montecitorio con i vertici dell’Avvocatura e con i componenti della Commissione Giustizia della Camera, proprio per approfondire insieme i profili più rilevanti di questa riforma e contribuire al percorso di condivisione.

Lei condivide le forti preoccupazioni espresse dal presidente Greco (CNF) rispetto a un arretramento del governo su un testo già condiviso e redatto?

Condivido le preoccupazioni espresse dal Presidente Greco, e mi permetto di dire che non si tratta solo di legittime apprensioni dell’organo di vertice della nostra Avvocatura istituzionale, ma di un allarme che coinvolge l’intera categoria. Siamo dinanzi a un fatto difficilmente comprensibile: un testo di riforma professionale elaborato dal Consiglio Nazionale Forense e recepito nei suoi elementi fondanti dallo stesso Ministero della Giustizia, rischia ora di essere accantonato o diluito in un contenitore normativo generico e inadeguato come una legge quadro omnibus.

Il testo della nuova legge forense non è un progetto di categoria, ma uno strumento necessario per rafforzare il ruolo dell’Avvocato nel sistema democratico, adeguare l’ordinamento professionale ai mutamenti della società e alle esigenze di una giustizia più moderna, efficace e inclusiva. Disattendere tale percorso equivarrebbe a ignorare il contributo dell’Avvocatura alla riforma del sistema giustizia, proprio in un momento in cui si chiede agli Avvocati di essere protagonisti del cambiamento.

Un eventuale passo indietro sarebbe, oltre che un errore di metodo, un errore di merito: l’Avvocatura non può essere trattata alla stregua di una delle tante professioni ordinistiche, perché non è solo una categoria economica, ma una funzione essenziale per l’attuazione dei diritti e delle garanzie costituzionali. Per questo auspico che si possa riprendere con serietà il cammino verso una legge professionale autonoma, moderna e giusta.

Nel dibattito recente si è parlato di “asimmetria tra le professioni”. Cosa distingue – davvero – l’Avvocatura dalle altre categorie ordinistiche agli occhi del legislatore?

La distinzione dell’Avvocatura rispetto alle altre professioni ordinistiche non è una rivendicazione corporativa, ma un dato oggettivo, fondato su ragioni giuridiche, costituzionali e di sistema. L’asimmetria a cui si fa riferimento nasce dalla funzione pubblica che l’Avvocato esercita quotidianamente, pur restando un libero professionista. L’Avvocato non offre semplicemente una prestazione tecnica: garantisce l’effettività del diritto di difesa, tutela i diritti fondamentali della persona e svolge un ruolo centrale nell’attuazione del principio di legalità.

Questa posizione trova riscontro diretto nell’art. 24 della Costituzione, che riconosce il diritto alla difesa come inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, e si completa con l’art. 111, che impone la parità delle parti nel processo. Senza una figura professionale autonoma, indipendente, regolata con attenzione e precisione dal legislatore, questi principi rischiano di restare privi di effettività.

Nessun’altra professione ordinistica è così intimamente connessa al funzionamento della giurisdizione e, di riflesso, all’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato. Questo è il nodo centrale che deve guidare il legislatore: l’Avvocatura non è una categoria come le altre, perché è parte integrante del sistema giustizia. Laddove i Magistrati esercitano la giurisdizione e il Pubblico Ministero rappresenta l’accusa, l’Avvocato è l’unico soggetto che garantisce la difesa dei diritti, la parità delle parti e la protezione dell’individuo contro gli abusi.

Questo rilievo è stato da tempo riconosciuto anche in sede europea, sia dalla Corte EDU che dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, dove l’indipendenza dell’Avvocato è considerata un presidio essenziale dello Stato di diritto. Ed è proprio in virtù di tale funzione che da anni si propone, in modo trasversale, l’inserimento dell’Avvocatura in Costituzione.

Pertanto, la differenza dell’Avvocatura rispetto ad altre professioni non è “valutativa” ma “strutturale”. Ed è dovere del legislatore riconoscere tale specificità, evitando accorpamenti normativi che ne oscurerebbero il ruolo. L’Avvocatura, nel suo esercizio quotidiano, non produce solo reddito o consulenza: produce democrazia, garantisce diritti, difende la libertà.

COMPENSI PROFESSIONALI E DDL 534

Il disegno di legge n. 534, ora all’esame del Senato, promette una revisione organica dei compensi. L’Unione delle Camere Civili come valuta la proposta?

L’Unione Nazionale delle Camere Civili valuta con attenzione il disegno di legge n. 534, attualmente all’esame del Senato, che si configura come un intervento di delega al Governo per la revisione dei criteri di determinazione dei compensi dei liberi professionisti iscritti ad albi e ordini. Il testo, pur in forma ancora generale, introduce alcuni elementi che, se ben attuati, potrebbero correggere le criticità emerse dopo l’abrogazione delle tariffe obbligatorie ad opera dell’art. 9 del d.l. n. 1/2012.

Positiva è la previsione di una revisione sistematica e periodica dei parametri, ancorata a indicatori economici ufficiali (in primis gli indici ISTAT), nonché la costituzione di commissioni tecniche con la partecipazione degli organi rappresentativi delle professioni, che potranno così contribuire attivamente alla definizione dei nuovi criteri.

Altrettanto rilevante è l’obiettivo di assicurare certezza e uniformità nella determinazione e liquidazione dei compensi, mediante parametri pubblici, trasparenti e aggiornati.

Tuttavia, rileviamo alcune criticità strutturali ancora irrisolte: il disegno di legge non affronta il tema dell’effettiva applicazione dei parametri nei procedimenti giudiziari civili, né quello dell’inadeguatezza sistematica dei compensi liquidati nell’ambito del patrocinio a spese dello Stato, ambiti nei quali le attuali prassi giudiziarie continuano a comprimere il valore della prestazione professionale ben al di sotto della soglia di sostenibilità economica.

Appare inoltre necessaria una riflessione ulteriore su due aspetti:

  • l’esigibilità del compenso nei confronti della pubblica amministrazione e del cliente moroso, con meccanismi rafforzati di tutela del credito;
  • la vigilanza sull’applicazione dei parametri, che, se affidata ai Consigli Nazionali e agli Ordini territoriali come previsto, richiede una disciplina secondaria chiara e un coordinamento effettivo tra poteri disciplinari e funzioni regolative.

In sintesi, il disegno di legge n. 534 rappresenta una base utile per un riordino della materia, ma dovrà essere integrato e orientato al superamento delle disfunzioni oggi più rilevanti. Come Unione, offriamo il nostro contributo tecnico affinché il Governo e il Parlamento possano disporre di una riforma che non si limiti ad aggiornare i numeri, ma restituisca coerenza e dignità economica all’esercizio della professione forense.

Secondo lei, il meccanismo dei parametri ministeriali aggiornati su base ISTAT potrà tutelare davvero la dignità economica del lavoro dell’avvocato civile?

Il meccanismo di aggiornamento dei parametri ministeriali su base ISTAT, di per sé, rappresenta un elemento certamente positivo sotto il profilo della coerenza economica, in quanto introduce una forma di adeguamento automatico all’inflazione che consente di attenuare il progressivo disallineamento tra valore della prestazione e compenso riconosciuto. Tuttavia, riteniamo che non sia sufficiente, da solo, a garantire la dignità economica del lavoro dell’avvocato civile.

Nel settore civile, infatti, il compenso dell’Avvocato è soggetto a due filtri ulteriori che ne compromettono l’effettiva tutela:

  • il potere discrezionale del giudice nella liquidazione, che spesso determina importi inferiori ai minimi previsti dai parametri, con motivazioni stereotipate o senza un effettivo confronto con la complessità della prestazione;
  • l’inefficacia delle tutele esecutive nei confronti del cliente inadempiente, che rende incerto e oneroso l’incasso del credito professionale, soprattutto per i contenziosi a basso valore economico.

Inoltre, l’esperienza del patrocinio a spese dello Stato conferma che anche parametri teoricamente congrui vengono disattesi nei fatti, sia per le tempistiche della liquidazione sia per l’ulteriore compressione del compenso operata dalle prassi giurisprudenziali.

Pertanto, se si vuole veramente restituire dignità economica all’attività del difensore, è necessario che l’adeguamento ISTAT sia parte di una riforma più ampia, che includa:

  • il rafforzamento dell’obbligatorietà dei parametri nei giudizi di liquidazione, salvo specifica e motivata deroga;
  • la previsione di meccanismi premiali o di tutela nei confronti dell’Avvocato che opera in condizioni di maggiore vulnerabilità economica (come nel patrocinio gratuito o nei casi di insolvenza);
  • l’introduzione di misure per la riscossione semplificata del credito professionale, anche mediante strumenti digitali e tutele specifiche nei confronti della pubblica amministrazione.

L’indicizzazione ISTAT è quindi un passo utile, ma deve essere inserita in un disegno sistemico che riconosca la funzione essenziale dell’Avvocatura e rimuova, in concreto, gli ostacoli che ancora impediscono la piena valorizzazione economica del lavoro forense.

Qual è il rischio maggiore che si corre nel mantenere l’attuale vuoto regolatorio dopo l’abolizione delle tariffe obbligatorie del 2012?

Il rischio maggiore che deriva dal mantenimento dell’attuale assetto post-abrogazione delle tariffe obbligatorie è la progressiva delegittimazione economica e sociale della funzione difensiva, con gravi ricadute sul diritto alla tutela giurisdizionale e sulla qualità dell’intero sistema giudiziario.

In assenza di un sistema vincolante e aggiornato di riferimento, il compenso dell’Avvocato civile viene spesso determinato in modo arbitrario, disomogeneo e – in non pochi casi – del tutto inadeguato rispetto alla complessità dell’attività svolta. Le prassi liquidatorie giudiziarie, difformi da Foro a Foro e spesso non aderenti ai parametri ministeriali vigenti, hanno prodotto un’erosione sistemica del valore del lavoro legale, soprattutto nelle cause a basso valore o in materia di volontaria giurisdizione, famiglia e procedimenti sommari.

Tale vuoto regolatorio ha generato poi aspetti distorsivi del mercato, con il proliferare di offerte professionali basate su logiche di concorrenza esclusivamente sul prezzo, a discapito della qualità, dell’indipendenza e della personalizzazione dell’assistenza legale. Ne consegue una crisi di sostenibilità economica per una larga parte dell’Avvocatura, in particolare quella civile, che si confronta quotidianamente con un carico di lavoro crescente e con una clientela spesso in difficoltà economiche.

Tutelare il valore della prestazione legale significa difendere la qualità del servizio giustizia, e tanto non collide con la normativa comunitaria. Senza regole minime certe, si crea una concorrenza al ribasso che penalizza i cittadini prima ancora che gli avvocati: meno compensi → meno qualità → meno difesa. Il vuoto normativo rischia di far diventare la difesa una formalità senza valore reale: questo non è solo un problema degli Avvocati, ma di tutti.

Tanto è stato di recente ribadito dalla Corte di Cassazione, che con la sentenza n. 14146 del 27 maggio 2025, ha affermato che l’inderogabilità dei compensi professionali degli Avvocati, stabilita attraverso tariffe minime adottate da organi statali, è compatibile con la normativa comunitaria in tema di tutela della concorrenza e libera prestazione dei servizi. Le eventuali restrizioni concorrenziali, infatti, sono circoscritte a quanto necessario per il conseguimento di obiettivi legittimi di interesse generale, quali la trasparenza e l’unitarietà nella determinazione dei compensi professionali, nonché la piena realizzazione del diritto di difesa costituzionalmente garantito.

Per queste ragioni, l’Unione Nazionale delle Camere Civili sollecita da tempo un intervento normativo che, nel rispetto dei principi di concorrenza, ripristini un sistema di riferimento certo, equo e dinamico, che possa garantire non solo la giusta retribuzione del difensore, ma anche l’effettività della tutela dei diritti fondamentali.

SEPARAZIONE DELLE CARRIERE E GIUSTIZIA COSTITUZIONALE

La riforma costituzionale per la separazione delle carriere ha trovato nell’Avvocatura civile un sostegno convinto. Cosa vi ha spinto a schierarvi con chiarezza su un tema così divisivo?

La scelta dell’Avvocatura civile di schierarsi con chiarezza a favore della separazione delle carriere non nasce da una logica di contrapposizione alla magistratura, bensì da una riflessione laica, costituzionalmente orientata e profondamente democratica. Non vi è alcuna volontà di alimentare conflitti tra attori della giurisdizione: magistrati e avvocati, infatti, vivono quotidianamente la stessa realtà processuale e condividono le difficoltà di un sistema che richiede riforme strutturali, investimenti e valorizzazione delle competenze.

Abbiamo ritenuto necessario assumerci la responsabilità di una posizione netta perché riteniamo che la separazione delle carriere sia un passo di civiltà giuridica, non una bandiera ideologica. È un’esigenza costituzionale – come emerge chiaramente dall’art. 111 della Costituzione – che impone un processo nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. La percezione di imparzialità è parte integrante dell’effettività della giurisdizione: il cittadino deve vedere nel giudice un arbitro equidistante, e non un collega dell’accusa.

Questa esigenza è particolarmente forte in un contesto nel quale – come certificano i dati Censis ed Eurispes – la fiducia dei cittadini nella giustizia è ai minimi storici: solo il 47% ha fiducia nel sistema, mentre quasi il 58% dubita dell’indipendenza della magistratura, percependola come influenzata da logiche politiche. È nostro dovere contribuire a restituire credibilità e autorevolezza a tutto il sistema giudiziario.

La nostra posizione, inoltre, si fonda su una visione coerente con i principi europei: la Raccomandazione R (2000)19 del Consiglio d’Europa sancisce espressamente che nessuno deve poter esercitare contemporaneamente funzioni di giudice e pubblico ministero. La riforma, quindi, non si pone in contrasto con le garanzie di indipendenza, ma anzi le rafforza, collocando pubblici ministeri e giudici su binari paralleli ma distinti, entrambi autonomi e imparziali.

Infine, va ricordato che la richiesta della separazione delle carriere ha radici antiche e nobili: fu il ministro socialista Vassalli, autore della riforma del processo penale negli anni Ottanta, a dichiarare che un sistema accusatorio senza separazione delle carriere sarebbe rimasto incompiuto. Non si tratta quindi di una trovata politica contingente, ma di un completamento logico e necessario di un percorso riformatore avviato ormai quarant’anni fa.

L’inserimento dell’Avvocato in Costituzione – promesso e poi messo da parte – resta per voi una battaglia prioritaria?

Sì, l’inserimento dell’Avvocato in Costituzione resta, per l’Unione Nazionale delle Camere Civili, una battaglia importante. Non si tratta di una rivendicazione corporativa, ma della richiesta di un riconoscimento coerente con il ruolo istituzionale che l’Avvocatura svolge all’interno del sistema democratico. L’Avvocato non è un semplice prestatore d’opera: è una figura essenziale per l’effettività dei diritti, per l’equilibrio del processo e per la tenuta dello Stato di diritto.

La nostra Costituzione riconosce e garantisce il diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento (art. 24 Cost.), e prevede un processo giusto, nel contraddittorio tra le parti, davanti a un giudice terzo e imparziale (art. 111 Cost.). Ebbene, non si può parlare di effettività di queste garanzie senza considerare l’Avvocato come soggetto istituzionale chiamato a garantirle nel concreto.

L’inserimento dell’Avvocato in Costituzione risponderebbe a tre esigenze fondamentali:

  • evidenziare la funzione pubblica dell’Avvocatura, come elemento essenziale per il bilanciamento tra poteri e per la tutela dei diritti fondamentali del cittadino;
  • rafforzare l’indipendenza dell’Avvocato, riconoscendolo come figura autonoma e non subordinata, alla pari degli altri attori della giurisdizione (magistratura e pubblici ministeri);
  • restituire centralità al principio di difesa in un’epoca in cui l’efficienza del processo rischia di prevalere sulla sua equità.

In più occasioni le istituzioni politiche hanno mostrato attenzione per questa proposta, ma spesso è stata accantonata in nome di priorità contingenti o per timore di scontentare altri attori del sistema. Eppure, in molti ordinamenti europei l’Avvocatura è già riconosciuta a livello costituzionale o, quantomeno, come funzione pubblica di rilievo.

Per noi questa non è una battaglia simbolica: è una riforma che ha un impatto reale sulla qualità della giurisdizione e sulla percezione stessa della giustizia da parte dei cittadini. E proprio perché viviamo un’epoca di profonde trasformazioni – culturali, digitali, istituzionali – è il momento giusto per sancire, anche a livello costituzionale, che il diritto non esiste senza difesa, e la difesa non esiste senza l’Avvocato.

C’è il rischio che il “grande tema” della separazione delle carriere oscuri tutto il resto? Cosa serve, invece, per riformare concretamente la giustizia civile?

Il rischio esiste, ed è reale: focalizzare il dibattito pubblico e politico esclusivamente sulla separazione delle carriere rischia di generare un’illusione riformatrice, laddove invece occorrerebbe un intervento organico e sistemico. La separazione delle carriere – che, come Unione Nazionale delle Camere Civili, riteniamo giuridicamente fondata e costituzionalmente necessaria – non può e non deve essere assunta come panacea di tutti i mali della giustizia. È un tassello importante, ma resta un tassello.

La giustizia civile, per essere realmente riformata, ha bisogno di ben altro. Innanzitutto, di investimenti strutturali, non occasionali, nella macchina giudiziaria: personale amministrativo qualificato, digitalizzazione reale (non solo formalistica), strumenti informatici interoperabili e stabili, ma soprattutto un modello organizzativo incentrato sulla previsione e gestione del carico processuale, e non solo sulla sua rilevazione a posteriori.

Occorre poi una valorizzazione del capitale umano: Magistrati, Avvocati e personale di cancelleria devono essere messi nelle condizioni di lavorare in modo efficace, con formazione continua, ma anche con modelli organizzativi flessibili e coerenti con le trasformazioni sociali e tecnologiche in atto.

Sul piano normativo, l’iperproduzione legislativa e la continua instabilità delle regole processuali costituiscono un ostacolo grave all’efficienza e alla prevedibilità delle decisioni. Occorre una moratoria delle riforme “a effetto annuncio” e un ritorno a una legislazione chiara, stabile, orientata ai princìpi.

Infine, ma forse più importante di tutto, è il cambiamento culturale: serve una nuova alleanza tra tutti gli attori della giurisdizione, fondata sulla responsabilità istituzionale e non sulle contrapposizioni. Serve una cultura del processo come luogo di garanzia, non di potere. Una giustizia civile che funzioni è anzitutto una giustizia accessibile, comprensibile e umanamente sostenibile per i cittadini che la attraversano.

La separazione delle carriere è un inizio, non una fine. E se diventa l’unico tema sul tavolo, rischia di oscurare – o peggio, di legittimare l’immobilismo sul resto.

Presidente, come immagina l’Avvocatura da qui a dieci anni? E quale ruolo dovranno giocare le Camere Civili in questo scenario in mutamento?

Immagino un’Avvocatura profondamente trasformata, ma non snaturata. Un’Avvocatura che avrà saputo evolversi senza perdere il senso della propria funzione costituzionale: essere presidio dei diritti, voce dei più deboli, strumento di equilibrio tra poteri. Un’Avvocatura capace di confrontarsi con le sfide dell’intelligenza artificiale, della giurisdizione predittiva, delle piattaforme automatizzate di composizione dei conflitti, senza cedere alla deresponsabilizzazione né all’omologazione.

Da qui a dieci anni, il ruolo dell’Avvocato sarà sempre meno quello del mero “difensore tecnico” e sempre più quello del consulente strategico della persona e dell’impresa, del garante del bilanciamento tra efficienza e giustizia, dell’interprete del diritto in una società ipercomplessa. In questo scenario, l’etica professionale, la formazione continua e la capacità di adattarsi ai mutamenti saranno gli strumenti essenziali per non subire il cambiamento, ma per guidarlo.

Le Camere Civili, in questo contesto, avranno una responsabilità crescente: saranno luoghi di elaborazione culturale, ma anche presìdi di democrazia giuridica. Dovranno promuovere non solo la formazione tecnica, ma anche la crescita identitaria dell’Avvocatura, difendendone l’autonomia e il prestigio. Dovranno rappresentare l’Avvocatura civile nei tavoli istituzionali con competenza e autorevolezza, mantenendo sempre viva una visione alta della funzione difensiva, e sapendo rinnovare linguaggi e strumenti.

Ma soprattutto – e lo dico con convinzione – le Camere Civili dovranno essere luoghi di comunità: spazi in cui gli avvocati possano ritrovare non solo strumenti professionali, ma anche senso di appartenenza, confronto costruttivo, orizzonti condivisi. Perché non ci sarà giustizia futura senza un’Avvocatura coesa, consapevole e protagonista.

Se potesse indicare una sola priorità assoluta per il prossimo anno, quale sarebbe?

Se dovessi indicare una sola priorità assoluta per il prossimo anno, sarebbe questa: ricostruire la fiducia nella Giustizia. È una priorità che precede e comprende tutte le altre. Senza fiducia, ogni riforma rischia di essere sterile, ogni garanzia svuotata, ogni funzione istituzionale percepita come distante o inefficace.

Per questo, il nostro impegno sarà duplice. Da un lato, lavoreremo per ricucire il patto di fiducia tra cittadini e giurisdizione, promuovendo riforme condivise, trasparenti e rispettose dei princìpi costituzionali. Dall’altro, investiremo con forza sulla formazione dell’Avvocatura, convinti che solo un Avvocato consapevole dei mutamenti sociali, tecnologici e culturali del nostro tempo possa svolgere con efficacia il proprio ruolo.

In un’epoca che cambia — e che cambia rapidamente — l’Avvocato deve saper leggere il presente e anticipare il futuro. Non per rincorrerlo, ma per orientarlo. La formazione continua, critica e interdisciplinare sarà quindi per noi una delle chiavi per rendere l’Avvocatura non solo attrezzata, ma centrale nelle trasformazioni della giustizia.

E perché ciò accada, serve coraggio, serve visione, ma soprattutto serve l’orgoglio di sapere che l’Avvocatura non è solo una categoria: è una coscienza civile in cammino. Ce lo ricordano figure insigni dell’Avvocatura che hanno pagato con la vita l’ostinata ed intransigente difesa dei valori di libertà, indipendenza ed autonomia. Colleghi come Fulvio Croce, Giorgio Ambrosoli, Enzo Fragalà, Massimo D’Antona, Marco Biagi e tanti altri morti nell’adempimento del loro mandato

 

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