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Pnrr giustizia, flop dei giudici “da remoto”: solo 212 adesioni su 500

Il decreto legge n. 117/2025, pensato per avvicinare l’Italia agli obiettivi del Pnrr giustizia, mostra già le prime crepe. La misura più attesa – l’impiego di 500 magistrati “da remoto” per redigere 50 sentenze civili ciascuno – si è arenata: scaduti i termini dell’interpello lanciato dal Csm, le domande sono state appena 212, meno della metà delle necessarie.

Il piano, nelle intenzioni, avrebbe dovuto portare a 25 mila sentenze aggiuntive, un contributo comunque insufficiente rispetto al fabbisogno reale di circa 200 mila procedimenti da definire per abbattere del 40% il Disposition Time civile, come richiesto dall’Unione Europea.

Dietro il flop, non la mancanza di incentivi, ma la consapevolezza che i carichi di lavoro sono ormai al limite. «Un segnale di realismo, non di scarsa collaborazione» osservano molti magistrati, che hanno respinto il meccanismo di “cottimo giudiziario” già bocciato anni fa per i giudici di pace, perché capace di generare storture e mettere a rischio principi costituzionali come il giudice naturale e la territorialità della competenza.

A prendere posizione in Aula è stata Valentina D’Orso, capogruppo M5S in Commissione Giustizia, che ha puntato il dito contro le priorità del governo:
«Oggi ci sono 200 mila fascicoli civili da smaltire nei tribunali e 35 mila nelle Corti d’appello. Nel Paese reale accade che il giudice di pace di Prato abbia sospeso i decreti ingiuntivi per un anno, a Busto Arsizio i rinvii arrivino al 2031 e a Brescia, dopo due anni, non si sia ancora fissata la prima udienza. E il governo cosa fa? Si inventa giudici da remoto che scrivono sentenze di processi che non hanno seguito, spostando virtualmente risorse già insufficienti».

Durissima la critica sulle scelte di bilancio: «Con 72 milioni di euro all’anno si potrebbero assumere 600 nuovi magistrati. Invece quei soldi vengono destinati alla separazione delle carriere, con due Csm e un’Alta Corte Disciplinare. È il gioco delle tre carte: non si immettono nuove risorse, si spostano solo quelle che già ci sono. Così la giustizia di prossimità, quella dei giudici di pace, rischia la paralisi definitiva».

Intanto il decreto legge è ancora all’esame del Parlamento. Con modifiche mirate, spiegano dal Csm, si potrebbe correggere la rotta puntando su soluzioni più strutturali: stabilizzare i funzionari dell’ufficio del processo, coinvolgere magistrati in pensione, estinguere parte dei giudizi tributari che gravano sulla Cassazione, semplificare le procedure di cittadinanza e protezione internazionale. Interventi che da soli inciderebbero su oltre 100 mila procedimenti.

Il tempo, però, stringe: senza un cambio di passo, l’Italia rischia di non centrare l’obiettivo fissato da Bruxelles e di lasciare ancora una volta cittadini e imprese ostaggio di processi interminabili.

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