Non si fitta più agli avvocati ovvero se è necessario cambiare e fare rete per non morire

Rosa Colucci, dir. resp. “Avvocati”

La testimonianza è vera, le parole sono copincollate qui da un dialogo social sulla bacheca di un’amica in cui si denunciava il fatto che è sempre più difficile per un artista trovare casa in affitto: i proprietari sono restii a far entrare nell’immobile professionisti di una categoria così a rischio, ormai fermi da un anno e senza alcuna garanzia sul futuro. “Sono agente immobiliare – ha risposto M. – e purtroppo sono molte le categorie che adesso i proprietari di immobili non vogliono più come inquilini. Ti faccio un esempio calzante per tutti: nessuno vuole più locare gli uffici in zona Prati agli avvocati. Inutile dirti che in passato è stato sempre l’esatto contrario proprio grazie alla vicinanza con il tribunale”. Ho ringraziato M. per aver condiviso quella che è molto più dell’esposizione di un dato di fatto. È il paese reale, fuori dagli Ordini, che avvisa gli avvocati di quello che sono diventati, o meglio di quello che non sono più.

Avvocati alla stessa stregua degli artisti: non si affitta più a loro perché professionisti senza garanzie da poter offrire, con un presente difficile e un futuro incerto.

A entrambi, e a tutte le altre categorie colpite dalle conseguenze della pandemia, va la nostra solidarietà ma per forza di cose ai primi va anche la nostra attenzione.

Le avvisaglie si erano già avute da tempo con i clienti e il loro approccio – per così dire – più informale: l’avvocato aveva già perso quell’aura di autorevolezza che lo innalzava agli occhi degli assistiti. Il numero più elevato, l’abbassamento della qualità formativa del sistema universitario, l’incancrenirsi di malanni giurisdizionali, l’accessibilità alla rete e alle informazioni che di solito prima provenivano esclusivamente dall’altra parte della scrivania hanno portato il professionista e il suo pubblico di pertinenza a un livello da pari a pari. Il cliente ha più scelta, la concorrenza è spietata, si va al ribasso sia di onorario che di preparazione. Perché spendere di più – pensa il cliente – per una prestazione professionale se c’è chi chiede di meno? Perché rimanere con questo avvocato se c’è quell’altro che risponde ai miei whatsapp a qualsiasi ora? No, avvocato – esclama il cliente –, non è come dici tu, ho letto su internet che invece è così. Cento euro per una lettera? Te li porto dopo avvoca’, e comunque mammamia, giusto una lettera hai scritto.

Gli avvocati, dal canto loro, per tenere buono e stretto il cliente, dicono sì, si fanno dare del tu, rispondono con pazienza ai messaggi vocali, abbassano le pretese e le tariffe, non pendolano più solo fra tribunale e studio ma scendono in strada e a compromessi per cercare clientela nuova, dedicano molto tempo a fronteggiare competitor, a far quadrare conti, ai bizantinismi di una giurisdizione al collasso.

Il mondo diventa sempre più complesso, così come la professione ma gli avvocati, soprattutto i nuovi, hanno avuto una formazione adeguata per pensare a come cavalcare la tigre? Hanno il tempo per studiare e diventare davvero competitivi? Spesso purtroppo la risposta è no. Il sistema dei crediti formativi poi, rivela tutta la sua fragilità: quante volte gli eventi formativi si rivelano passerelle con pubblico attirato unicamente al monte crediti, e quante volte – diciamolo – non sempre vi è molto altro di interessante oltre ai crediti. Per carità, va bene che sia anche così ma non solo così. Si va verso la digitalizzazione di una dimensione fatta finora esclusivamente di carta e carte eppure molti hanno ancora difficoltà a usare un computer. Magari poi chiamano un collega per depositare gli atti in un processo telematico (facendo lievitare i costi anche per il cliente) ma con i crediti formativi tutto ok, anche per quest’anno è andata.

La verità è che molti, moltissimi avvocati sono troppo impegnati a sopravvivere per poter diventare professionisti migliori e fronteggiare le crisi.

I cittadini non hanno più risorse da destinare per chiedere giustizia, i tribunali sono vuoti per il minor volume di cause e per la paura del virus (se un avvocato si ammala, non lavora e se non lavora non mangia), il sistema della Cassa forense è indebolito dalle numerose defezioni di avvocati che si cancellano dall’Albo e quindi risulta anche meno efficace per dare sicurezze ai suoi iscritti.

Con quale stato d’animo un professionista può ora prendere decisioni sul suo futuro? Come può pensare a migliorare le proprie competenze se il mondo intorno sta crollando?

E ancora: se la base non ha la giusta consapevolezza di sé, dei propri limiti e delle cose da fare per migliorare la situazione, come poter ambire a una diversa rappresentatività? Chi ora si lamenta degli esponenti in carica nelle istituzioni forensi ne ha facoltà, sì, ma è come gridare all’illegittimità del comandante mentre il Titanic affonda: prima mettiamo(ci) in salvo tutti e poi in terra ferma e sicura si vedrà.

La soluzione unica per risolvere lo stato di cose non c’è. C’è però la speranza di arrivare alla creazione di nuovi valori, individuali e collettivi: per farlo è necessario mettere al sicuro le persone per permettere loro di diventare professionisti proiettati verso il futuro. Si può partire facendo sistema, vedendo gli altri come alleati per la creazione di una rete che salva e non come competitor di una guerra fra poveri. È dalla rete, dai valori di una umanità e di una professionalità condivise che vi sarà un nuovo fiorire.

 

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