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Tra il dubbio e la giustizia: il sogno fragile di chi decide

Avvocati ospita una riflessione intensa e non comune sul senso profondo della giurisdizione e della formazione giuridica.
La voce è quella di Alessandra Maria Cavallo, studentessa di Giurisprudenza al Campus “Luigi Einaudi” di Torino, che sceglie consapevolmente il linguaggio del dubbio per interrogarsi sul ruolo di chi è chiamato a decidere della vita degli altri.

Tra aula universitaria e tribunale, tra certezza teorica e complessità concreta, il testo restituisce una visione del diritto come responsabilità umana prima ancora che tecnica, lontana da ogni retorica dell’infallibilità.
Ne emerge un’idea di giustizia fondata sull’ascolto, sull’etica della decisione e sulla consapevolezza del limite, in cui l’autorità lascia spazio alla responsabilità.

Una testimonianza che parla non solo a chi si prepara alle professioni giuridiche, ma a tutta l’avvocatura, chiamata ogni giorno a confrontarsi con l’imperfezione della realtà e con la necessità di scelte giuste, pur sapendo che la perfezione non appartiene all’uomo.

Tra il dubbio e la giustizia: il sogno fragile di chi decide

di Alessandra Maria Cavallo

Quando penso alle persone meno fortunate di me, sento qualcosa smuoversi dentro, come una voce che non lascia tregua: “aiutale”. Così ho iniziato a chiedermi cosa potessi fare davvero per loro. E la risposta che ho trovato è un sogno che non so se riuscirò a realizzare, un sogno che ogni giorno combatte contro la paura di non essere all’altezza. Eppure, ci voglio provare.

Voglio provare a dare giustizia a chi la merita, a chi non ha altri strumenti se non la speranza che qualcuno, un giorno, ascolti la sua storia.

Mi immagino mentre entro in un’aula di tribunale. Tutti mi guardano: aspettano il mio verdetto. Davanti a me vedo persone fragili, uniche, irripetibili. Ognuna porta con sé un’aspettativa, un dolore, una richiesta di equilibrio. E io? Io sono come loro, ma anche diversa da loro.

Ho studiato, è vero. Ho letto sentenze, analizzato norme, interiorizzato principi. Ma il diritto non è una scienza esatta: l’interpretazione non è una, sono molte. E allora mi chiedo: come faccio a sapere che la mia è quella giusta? Come posso essere certa che la strada che scelgo non rovinerà la vita di qualcuno per sempre?

In quei momenti capisco che tutto è nelle mie mani. Sono sola, sospesa tra le aspettative di tutti e il mio personale senso di giustizia. Potrò migliorare la vita di una persona. Potrò distruggerla senza possibilità di ritorno. E chi sarà accanto a me quando sbaglierò? Perché sì, sbaglierò. È inevitabile.

Non esiste una decisione perfetta. Esistono decisioni ponderate, responsabili, umane. E io sono un essere umano. Come potrei non errare?

Così, in alcuni momenti di sconforto, mi trovo a pensare: forse sarebbe più semplice scegliere un’altra strada. Fare la professoressa. Oppure fare entrambe le cose.

La cattedra sembra un luogo più stabile: ciò che insegno è fondato, sistematizzato, certo. Posso trasmettere teorie limpide, principi immutati, definizioni pulite. Ma la realtà giudiziaria, quella no: la realtà è imperfetta, sporca, piena di contraddizioni che nessun manuale può prevedere.

E allora mi chiedo: sarò coerente? Probabilmente no. Perché ciò che è giusto teoricamente non sempre lo è concretamente. Perché il diritto nella sua purezza vive nei libri, ma quello vero respira nelle vite delle persone.

È qui che comprendo la verità più importante. Il mio percorso non sarà quello della certezza, ma quello del dubbio etico. Non sarà il cammino di chi ha tutte le risposte, ma di chi sa ascoltare prima di decidere. Non sarà il ruolo di un’autorità, ma quello di una responsabilità: grande, fragile, necessaria.

Sogno di essere una professoressa che insegna il diritto nella sua purezza e una giudice che lo applica nella sua complessità. Non due identità in conflitto, ma due metà della stessa vocazione: capire l’essere umano prima ancora della norma.

Ed è questo, forse, il vero cuore della giustizia: non la pretesa di avere ragione, ma il coraggio di cercare la decisione più giusta possibile, pur sapendo che la perfezione non appartiene agli uomini.

E allora capisco che non devo scegliere tra il tribunale e l’aula universitaria. Posso abitarli entrambi. Perché in entrambi si custodisce lo stesso ideale: un mondo un po’ più equo di come l’abbiamo trovato.

E se un giorno sbaglierò — e sbaglierò — spero di avere la forza di rialzarmi, lo sguardo per imparare, e l’umiltà per ricordarmi che la giustizia non risiede nella mano che firma, ma nella mano che, nonostante tutto, trema.

* studentessa di Giurisprudenza al campus “Luigi Einaudi” di Torino

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